Intervistato dal Secolo XIX, Umberto Smaila dice la sua sul festival di Sanremo: «Il trionfo di Olly me lo aspettavo. Fin da martedì mi aveva colpito la sua forza espressiva e poi “Balorda nostalgia” è una canzone, finalmente».
Mentre delle altre canzoni è meno entusiasta. «So di essere imperdonabile, ma a parer mio di pezzi forti ce n’erano pochi. E poi Olly ha smontato il carrozzone sanremese: canotta da muratore, camiciazza sballata, pantaloni da clown. Forse la gente comincia a stufarsi degli orpelli. Anche se è arrivato secondo quel funambolo di Lucio Corsi, al quale mancava solo il trampolino per essere à la page».
Smaila non vuole dare nessun voto a Carlo Conti ma «questo Festival mi è piaciuto molto come impostazione». Un giudizio che va contro ai grandi critici televisivi di oggi: «Chi si è profuso in commenti negativi è perché desiderava monologhi, denunce, incazzature varie. E invece Sanremo è un’altra cosa».
Poi, sempre al Secolo XIX, se la prende con gli undici autori che hanno scritto la maggior parte dei testi presenti all’ultimo Festival di Sanremo. «Gli autori mi sono sembrati in generale un po’ in difficoltà sulle note. Non basta andare più lenti perché la musica sia bella. Non mi piacciono nemmeno i testi con troppe parole. Ci vogliono le pause, per rendere grande una canzone. E poi tanti nomi per ogni brano io non li capisco: quando non sono da solo a firmare una partitura, mi avvalgo della bravura di Silvio Amato. Ma è un lavoro al massimo di coppia, essere più di due a me sembra complicato».
Chiude su Cristicchi e la polemica per il suo spettacolo Magazzino 18 incentrato sulle foibe. Smaila è figlio di esuli fiumani: «Stimo Cristicchi e se non ha ottenuto il risultato è secondo me perché ha portato in scena la sua teatralità in una kermesse in cui quest’anno contava di più la musica».
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